Water Decalog
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Appello di Pietro Laureano ai Governi per la lotta alla desertificazione
Cambiamento climatico, siccità, desertificazione: un manifesto per una nuova cultura dell’acqua
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LE DIECI REGOLE PER I GOVERNI
1. Non fornire acqua potabile all’agricoltura
3. Fornire a tutti gli organismi l’acqua necessaria alla vita e rendere costosi gli sprechi.
4. Cambiare le abitudini di uso e consumo dell’acqua e per questo vietare la pubblicità delle acque minerali.
5. Rendere autosufficienti gli edifici tramite sistemi di raccolta dell’acqua piovana e il riciclaggio
6. Rendere autosufficiente l’agricoltura incentivando pratiche di raccolta di acque di superficie, tecniche drenanti e il riciclo
7. Bloccare la costruzione di grandi dighe e incentivare una politica di microbacini
8. Riaprire i grandi invasi idreolettrici e lasciare scorrere l’acqua negli alvei dei fiumi
9. Applicare tecniche tradizionali per la manutenzione dei ghiacciai e abolire gli innevamenti artificiali
10. Applicare un’urbanistica tridimensionale basata sul ciclo dell’acqua – atmosfera, suolo, sottosuolo - e adattare le città ai cambiamenti climatici attraverso tetti–giardino, sistemi di raccolta in superficie e fasce drenanti di alimentazione delle falde sotterranee.
Sembrano misure drastiche o fantascientifiche e invece è il nostro futuro immediato e necessario in rapporto all’amministrazione di questo bene così diffuso e così prezioso. E’ vero infatti che l’acqua è largamente presente sul pianeta, ma perché allora c’è un allarme siccità e desertificazione? E perché con l’acqua si fanno profitti enormi?
Se questi consumi divenissero quelli dei 6 miliardi di esseri umani del pianeta allora non ci sarebbe più acqua per nessuno. Infatti il nostro pianeta è ricco d’acqua, ma questa è inegualmente ripartita e per la gran parte è contenuta negli oceani, quindi è acqua salata non bevibile. Se paragoniamo tutta l’acqua del pianeta a un contenitore di 5 litri, l’acqua dolce è rappresentata da un solo cucchiaio. Se poi sottraiamo l’acqua congelata nei ghiacciai quella bevibile, presente in falde o in precipitazioni sulla terra, è una sola goccia.
Si può produrre acqua bevibile in qualsiasi situazione tramite captazione, invasi, dissalazione o anche condensazione atmosferica. Il costo medio di questa acqua è di circa 50 centesimi ogni mille litri. Tuttavia mezzo litro di acqua minerale in bottiglia viene venduto a 2,90 euro.
E’ circa 6.000 volte il prezzo di produzione. Sono profitti stratosferici che né il petrolio o l’oro o i diamanti permettono di fare. E si tratta della stessa acqua. Anzi oggi le acque minerali a causa degli inquinamenti delle falde, il trasporto e lo stoccaggio in plastica, sono spesso peggiori dell’acqua di cannella. E’ non si tratta di prezzi dell’acqua in bottiglia per i soli paesi ricchi. Perché nelle bidonville dei paesi non industrializzati, dove è ancora più difficile trovare acqua potabile, i prezzi sono ancora maggiori.
Se questa è la tendenza un abitante del Madagascar dovrà presto spendere tutto il suo salario solo per l’acqua. In Italia consumiamo il 70% della nostra acqua potabile in agricoltura. A causa di questi prelievi, e degli invasi costruiti dall’Enel per produrre energia idroelettrica, gli affluenti del fiume Po sono a secco e presto tutta la Pianura Padana sarà ridotta ad una landa di polvere. L’agricoltura è divoratrice di risorse idriche perché organizzata su un ciclo vizioso basato sui fitofarmaci e pesticidi che necessitano di acqua per essere assorbiti e trasformano il suolo in una superficie plastificata incapace di assorbire le piogge.
L’agricoltura e l’industria devono utilizzare solo acqua riciclata. Soprattutto l’agricoltura deve cambiare modello rinaturalizzando il suo ciclo con meno produttività gonfiata dall’acqua e più qualità. In città l’acqua degli acquedotti è ottima, ma poiché la gran parte degli italiani beve acqua minerale il 98% di questa acqua è utilizzata per uso sanitario. Così gli enormi costi sostenuti dalle aziende pubbliche per potabilizzare l’acqua finiscono negli sciacquoni e i soldi degli italiani gonfiano il budget di quelle due o quattro multinazionali che, al di là delle svariate etichette, monopolizzano il mercato delle acque minerali. Nelle case bisogna, quindi, fornire acque a diverso grado di potabilità. Una cannella in cucina con acqua ottima da bere e acque meno potabili della rete pubblica o di riciclaggio, o di raccolta, per gli usi sanitari.
Si otterrebbero enormi risparmi diretti e si taglierebbero sprechi esorbitanti. Basti solo pensare al costo energetico imposto oggi dal continuo trasporto di acque minerali ed alla produzione della stessa plastica della bottiglia che necessita di un consumo d’acqua superiore di 30 volte a quella contenuta. Ci abitueremmo ad una nuova cultura dell’acqua parte integrante di una più ampia responsabilità ecologica verso il pianeta e verso tutto il vivente, indispensabile per affrontare la sfida ai cambiamenti climatici globali a cui andiamo incontro.





